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Due tribunali, due accuse, due sentenze che riaprono una questione cruciale: quale responsabilità hanno davvero le grandi piattaforme digitali?
Nel mese di marzo, Meta, la holding di Facebook, Instagram, Threads e WhatsApp, e Google, attraverso YouTube, hanno dovuto rispondere in tribunale ad accuse gravissime: nel primo caso, per il ruolo dei social nella creazione di dinamiche di dipendenza; nel secondo, per questioni legate alla tutela dei minori.
L’esito, almeno in primo grado, è stato sfavorevole per le piattaforme. È plausibile che le decisioni vengano impugnate, ma queste vicende hanno già un merito: mettono finalmente in discussione quella grande area grigia di responsabilità e norme entro cui le Big Tech si sono mosse per anni.
Quando si parla di social però, conviene tenere alcuni punti fermi.
Il nodo centrale, in entrambe le decisioni, non sembra essere tanto il tipo di contenuti che circolano online, che, nella cornice normativa statunitense, non ricadono direttamente sotto la responsabilità delle piattaforme, quanto i meccanismi di funzionamento che regolano visibilità, coinvolgimento e permanenza degli utenti.
E un meccanismo si può cambiare. Anzi: si può riprogettare. Gli utenti delle piattaforme infatti non sono soggetti passivi ma hanno la possibilità di abitarle in modo critico e consapevole, ed è questa consapevolezza che permette di immaginare un modo diverso di vivere i social. Anche per questo motivo infatti è fazioso paragonare la dipendenza da social a quella di sostanze come alcool e tabacco: i social, se usati e progettati bene, possono essere utili e migliorare il benessere delle persone.
Tuttavia, quando si parla del rapporto tra utenti e social, adulti o minori che siano, il dibattito finisce spesso schiacciato tra due estremi: chi difende a spada tratta le piattaforme e chi invece vorrebbe vietarle, almeno agli under 18. Un classico dibattito “da social”, che semplifica un problema molto più complesso e non restituisce la vera sfida, normativa ed educativa, che abbiamo davanti.
Eppure esistono esempi virtuosi. Paesi come la Finlandia, che investono in modo strutturale nell’educazione ai media, mostrano che sia possibile costruire un rapporto più critico e consapevole con le piattaforme. Come? Attraverso un approccio che coinvolga più attori fin dall’infanzia: caregiver e genitori preparati ad accompagnare i più giovani, scuole capaci di integrare le competenze digitali con quelle curricolari e istituzioni in grado di garantire continuità e solidità a queste iniziative.
Se vuoi approfondire, dai un’occhiata ad un estratto dell'intervento del nostro Nicola Bruno per Sky TG24.
Puntare tutto sul ban per gli under 18, invece, rischia di produrre soprattutto scorciatoie e sotterfugi, senza aiutare davvero ragazze e ragazzi a sviluppare le competenze necessarie per abitare in modo responsabile gli spazi digitali e, perché no, per contribuire con contenuti di valore.
In questo momento (speriamo) trasformativo delle piattaforme social, è necessario chiedersi come modificare il design di piattaforme simili, e soprattutto chi dovrebbe farlo. Secondo te ? Quale team sceglieresti per ri-disegnare l’esperienza utente dei social? Hai mai pensato alla piattaforma ideale per raccogliere l’ecosistema informativo online?
Se hai qualche idea, non vediamo l’ora di sentirla - rispondi pure a questa mail!
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