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Se abiti in una delle 14 città metropolitane italiane (quali sono?), avrai forse intercettato l’iniziativa “Tutti contano” promossa da ISTAT e fio.PSD sulla rilevazione nazionale delle persone senza dimora.
Nelle sere del 26, 28 e 29 gennaio, squadre di volontari e volontarie hanno svolto una mappatura collettiva strutturata in due attività principali: una conta visiva delle persone senza dimora per strada o in strutture di accoglienza, e interviste di approfondimento a un campione delle persone individuate nella prima serata di conteggio.
L’obiettivo di questa “fotografia notturna” è stato quello di raccogliere dati aggiornati e condivisi, che dovranno essere poi punto di partenza per realizzare politiche pubbliche adeguate e migliorare i servizi rivolti alle persone in condizione di marginalità.
Se segui Dataninja da un po’, probabilmente conosci il tipo di cultura del dato che cerchiamo di diffondere: un dato non è una mela, non si trova in natura e lo si va a raccogliere dall’albero… è piuttosto il frutto di una misura o codifica. E una misura implica delle scelte (Che cosa contiamo? Come lo facciamo?), portando con sé sempre un certo grado di soggettività.
Ma come si realizza una raccolta dati di questo genere? Come si affronta la sfida di coniugare il rigore scientifico di un istituto nazionale di statistica, con la realtà di un contesto delicato come quello delle persone senza dimora?
Un’idea ce la siamo fatta partecipando in prima persona (Benedetta Tonnini a Roma e Matteo Scannavini a Bologna), ma l’abbiamo anche chiesto a chi ha organizzato e realizzato l’indagine, a più livelli: Nadia Nur di ISTAT, Erica Foy, coordinatrice della rilevazione su Bologna per fio.PSD, e Floriano Caprio, dell’associazione Angeli in Moto che ha partecipato a Roma.
Con loro abbiamo parlato delle scelte, sfide e prospettive di questa raccolta dati dal basso. E persino di come, in casi particolari, sia più di aiuto rinunciare a un dato che contarlo.
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